All’interno dell’Aranciera di Villa Borghese, immerso nel più vivo e amato parco di Roma appartenuto all’omonima famiglia senese, è conservato un importate nucleo di opere d’arte contemporanea raccolte dal  collezionista Carlo Bilotti e donate al Comune di Roma nel 2006 dopo la sua scomparsa.

Tra le opere conservate, il gruppo più cospicuo è composto da 18 capolavori del famoso pictor optimus Giorgio De Chirico, padre della Metafisica, quasi tutte riunite in una sala a lui dedicata. È possibile pertanto, attraverso di esse, rivivere l’excursus artistico di De Chirico e comprendere il significato del suo linguaggio.

Le opere a mio avviso più interessanti sono quelle in cui compaiono i cosiddetti  Archeologi, che lo stesso artista definì un vero “soggetto metafisico”. In esse non si ha la rappresentazione di un essere umano in carne ed ossa, ma piuttosto una sagoma, un manichino senza volto e senza tempo, che incarna l’essenza della pittura metafisica, ovvero la contraddizione tra ciò che sembra umano ma non lo è.

L’artista raffigura i soggetti singolarmente o in coppia, con il torso lungo e le gambe corte prive dell’armonia classica. Le loro membra sono composte da frammenti di acquedotti, di edifici (capitelli e colonne), di statue classiche, libri e trame di paesaggi.

Questi manichini-archeologi sono coloro che scoprono il passato attraverso i reperti e lo riportano al presente, indagando la storia, la cultura e la società. Tutto avviene in un’atmosfera onirica immersa nella ricerca delle proprie radici attraverso l’inconscio, idealizzato e mitizzato come un’età dell’oro ormai perduta per sempre.

Gli Archeologi, olio su tela 1927

In alcuni dipinti De Chirico inserisce i suoi personaggi, quasi pietrificati, in una stanza pervasa da una luminosità calda che crea un’atmosfera senza tempo, eterna, in cui aleggia nell’aria il sentimento dell’attesa (L’archeologo solitario, olio su tela 1937), oppure su di uno sfondo monocromo che va a confondersi con le sagome quasi a risucchiarle e renderle impercettibili (Archeologi Misteriosi: il giorno e la notte, olio su tela 1926).

L’archeologo solitario, olio su tela 1937
Archeologi Misteriosi: il giorno e la notte, olio su tela 1926

Le origini greche e il periodo trascorso in Italia sono il motivo per cui l’arte greco-romana e rinascimentale divennero la sua primaria fonte di ispirazione. Allo stesso tempo, venendo a contatto con la filosofia di Nietzsche, Schopenhauer e Weininger,  e l’arte visionaria infusa di elementi classici di Böckin, Klinger e Friedrich, iniziò a concepire una pittura ricca di atmosfera magica ed enigmatica.

De Chirico utilizzò il  termine  “Metafisica” per descrivere  i luoghi rappresentati nelle opere sue e di alcuni artisti del passato, facendo riferimento alla filosofia aristotelica e a quella parte del pensiero greco antico che descrive una realtà che trascende da quella immediatamente conoscibile ai sensi. L’artista sottolinea  la malinconia e l’enigma di ciò che è oltre l’apparenza fisica della realtà, ossia la sua essenza intima al di là dell’esperienza empirica.

L’effetto di sorpresa, inquietudine, straniamento e solitudine deriva dall’essere messi di fronte ad elementi semplici e famigliari perché desunti dall’esperienza quotidiana, ma collegati tra loro in modo completamente innaturale e illogico.

Predomina l’immobilità, mancano la velocità e il dinamismo tipici di un’avanguardia come il  Futurismo e tutto sembra congelarsi in un istante senza tempo, dove le forme e gli spazi si pietrificano per sempre e il silenzio invade tutto in modo assoluto.

La luce è irreale, quasi come fosse divina, e si irradia su tutte le superfici senza sfumature attraverso passaggi di colori dalle tinte forti e calde stese a campiture piatte e uniformi che appaiono quasi fluorescenti nello spazio asettico e minimalista.

Le immagini sono state tratte dal sito ufficiale del Museo Carlo Bilotti

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