La Bocca della Verità è un antico mascherone in marmo pavonazzetto, murato nella parete del pronao della chiesa di Santa Maria in Cosmedin nell’area del Foro Boario di Roma dal 1632. Il mascherone rappresenta un volto maschile barbuto; occhi, naso e bocca sono forati e cavi. Il volto è stato interpretato nel tempo come raffigurazione di vari soggetti: Giove Ammone, il dio Oceano, un oracolo o un fauno.

Si tratta sicuramente di una delle “attrazioni” più note della Città Eterna, grazie alle leggende medievali che fiorirono attorno al manufatto dopo che si perse la conoscenza della sua originaria funzione.

Nel periodo della Roma Antica infatti, la Bocca della Verità era in realtà uno dei tanti tombini fognari che si potevano trovare in città. Erano solitamente realizzati in pietra o marmo e talvolta, come in questo caso, recavano l’effigie di una divinità fluviale che “inghiotte” l’acqua piovana.

Si trattava di strutture facenti parte di quell’incredibile sistema di canalizzazione e drenaggio delle acque che ebbe nella famosa Cloaca Maxima uno degli esempi più precoci ma al tempo stesso sofisticati. Nata originariamente verso la fine del VII sec. a.C. come canale a cielo aperto, essa venne successivamente coperta da una volta allorché la città si espanse ed livello di calpestio si innalzò. L’area del Velabro, che anticamente ospitava il mercato del bestiame noto come Foro Boario, era notoriamente paludosa e diversi collettori di drenaggio l’attraversavano congiungendosi poi al ramo principale della Cloaca, che a breve distanza sfociava nel Tevere. Proprio la presenza di questa complessa rete fognaria è l’indizio principale della vera natura della Bocca, che verosimilmente non era l’unico tombino nell’area.

Il mascherone, databile al I sec. d.C., ha un diametro di m.1,75 e un peso di 1 tonnellata e 300 kg. Come detto, diverse ipotesi sono state avanzate riguardo all’identità del soggetto raffigurato, con tutta probabilità una divinità fluviale o acquatica di qualche tipo (Oceano?). Molto elaborata è la simbologia presente, non facilmente distinguibile a prima vista data la consunzione della superficie marmorea: sul capo del personaggio barbuto sono riconoscibili due chele ai lati (attributo spesso presente nelle raffigurazioni di Pontus, personificazione del mare) e quello che potrebbe essere uno scarabeo in posizione centrale (si tratterebbe forse di un riferimento al concetto di morte e rinascita secondo la mitologia egizia). Più in basso, due teste di lupo a destra e sinistra (probabile riferimento al Lupercale che la tradizione localizzava non distante, alle pendici del Palatino) e infine, al di sotto di esse, due rilievi di forma circolare, molto consumati, interpretati talvolta come due scroti (con allusione alla forza generatrice).

Fin qui il dato storico/archeologico. Quello che più affascina e interessa sono però le vicissitudini del mascherone in epoca medievale quando, ormai persa la sua originaria funzione, divenne oggetto di leggende che ancora oggi si tramandano.

Nell’XI secolo l’effigie sul tombino viene scambiata per un’immagine del dio Fauno, menzionata nelle Mirabilia Urbis Romae, sorta di guida turistica per i pellegrini: “Ad sanctam Mariam in Fontana, templum Fauni; quod simulacrum locutum est Iuliano et decepit eum” (“Presso la chiesa di santa Maria in Fontana si trova il tempio di Fauno; tale simulacro parlò a Giuliano e lo ingannò”). Il testo si riferisce all’imperatore Flavio Claudio Giuliano, meglio noto come Giuliano l’Apostata, che alla metà del IV secolo tentò una vana restaurazione del Paganesimo in opposizione alla fede cristiana ormai dominante e per questo venne considerato asasai negativamente in epoca medievale, con tanto di attribuzione di squartamenti di bambini e donne incinte. Già si intravede il carattere magico che verrà in seguito sempre più frequentemente associato al volto marmoreo, capace di “ingannare” l’imperatore corrompendo la sua anima e precipitandolo nell’idolatria pagana.

Una variante del XII secolo narra come da dietro quella bocca il diavolo, qualificatosi come Mercurio (non a caso protettore dei commerci e anche degli imbrogli) trattenesse lungamente la mano di Giuliano (che aveva truffato una donna e su quell’idolo doveva giurare la propria buona fede), promettendogli riscatto dall’umiliazione e grandi fortune se avesse rimesso in auge le divinità pagane.

Si affermò successivamente la leggenda secondo cui fu Virgilio Marone Grammatico, un erudito del VI secolo autore di opere dall’oscuro significato e per questo considerato un mago a costruire la Bocca della Verità, ad uso dei mariti che avessero dubitato della fedeltà delle mogli: se la donna avesse messo la mano all’interno della bocca ed avesse dichiarato il falso, il mascherone gliel’avrebbero staccata con un morso. Si tratta senza dubbio della leggenda più celebre associata alla maschera, come dimostra nel XV secolo Giovanni di Paolo Rucellai, che cita questa pietra “che si chiama lapida della verità, che anticamente aveva virtù di mostrare quando una donna avessi fatto fallo a suo marito”.

In un’altra leggenda tedesca del XV secolo ritroviamo l’immagine che “non osa” mordere la mano di una imperatrice romana che – benché avesse effettivamente tradito il suo imperiale consorte – la inganna con un artificio logico. Una storia simile, che circolava nei racconti popolari, parlava di una donna infedele che, condotta dal marito giustamente sospettoso alla Bocca della Verità per essere sottoposta alla prova, riuscì a salvare la sua mano con una astuzia. Infatti la donna incriminata chiese all’amante di presentarsi anche lui nel giorno in cui sarebbe stata sottoposta alla prova e che, fingendosi pazzo, la abbracciasse davanti a tutti. L’amante eseguì perfettamente quanto da lei richiesto. Così la donna, al momento di infilare la sua mano nella Bocca, poté giurare tranquillamente di essere stata abbracciata in vita sua solo da suo marito e da quell’uomo che tutti avevano visto. Avendo detto la verità, la donna riuscì a ritirare indenne la sua mano dalla tremenda Bocca, benché fosse colpevole di adulterio.

È proprio nel tardo XV secolo del resto, più precisamente nel 1485, che compare per la prima volta l’appellativo Bocca della Verità, con cui il manufatto sarà da quel momento conosciuto. Costantemente menzionata tra le curiosità romane, venne riprodotta in numerosi disegni e stampe. Da questi si ricava che era in origine collocata all’esterno del portico della chiesa e fu spostata all’interno con i restauri voluti da papa Urbano VIII Barberini nel 1631.

In epoca contemporanea l’immagine più famosa della Bocca è senz’altro quella di Gregory Peck e Audrey Hepburn nel celebre Vacanze Romane del 1953.

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