Nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, magnifica architettura paleocristiana del V secolo, è possibile osservare uno strano oggetto. È una grossa pietra di basalto nero, assai levigata, di forma circolare e schiacciata in alto e in basso. Collocata su una piccola colonna tortile di marmo, si trova a fianco della piccola cappella edificata sul luogo dove sorse la cella di San Domenico di Guzman, al quale papa Onorio III affidò la basilica nel 1222.

Se si guarda la pietra da vicino si notano tre fori nella parte superiore e uno lungo la circonferenza.

Narra la leggenda che un giorno, mentre il santo era assorto in preghiera davanti all’ingresso della chiesa, il Diavolo gli apparve e tentò in ogni modo di far vacillare la sua fede inducendolo al peccato. Domenico resistette e il Diavolo, adirato, afferrò una grossa pietra di basalto dal tetto della chiesa lanciandogliela contro con violenza. Il colpo non andò a segno e la pietra frantumò una lastra di marmo sul pavimento, che secondo la tradizione è ancora visibile nella schola cantorum (anche se, più prosaicamente, sembra che il danno risalga all’epoca dei restauri condotti da Domenico Fontana per ordine di Sisto V). 

I fori visibili non sarebbero quindi altro che le tracce degli artigli infuocati del Diavolo, talmente infuriato con san Domenico da lasciare per sempre la sua “orma” sulla pietra nera. Per questo motivo sarebbe stata posta su una piccola colonna quasi come fosse una reliquia, a perpetua memoria del Bene che trionfa sempre sul Male.

L’oggetto è in realtà una cosiddetta lapis aequipondus, ossia una pietra da contrappeso usata per le bilance. È ben noto che Roma aveva un sofisticato sistema di unità di misura, sottoposto a rigidi controlli per evitare imbrogli e truffe. Queste pietre recavano inciso il peso corrispondente, talvolta accompagnato dal nome del questore a garanzia del controllo da parte dell’autorità competente. Il peso variava ovviamente a seconda della necessità e l’unità di misura era la libbra, corrispondente a 327,45 grammi (non a caso la parola libra in latino significa “bilancia”). Sulle pietre, le più pesanti delle quali potevano arrivare a 100 libbre (quindi circa 33 kg), venivano praticati dei fori per l’inserimento di anelli metallici atti a sollevarle. Oltre all’esemplare di Santa Sabina se ne sono conservati altri, come ad esempio i tre di diverse dimensioni visibili a Santa Maria in Trastevere o quello ancora munito di anello a San Lorenzo fuori le Mura.

Nella tradizione cristiana delle origini, queste pietre vennero rinominate lapides martyrum (”pietre dei martiri”) perché talvolta usate come strumento di tortura nel supplizio dei santi. Potevano infatti essere legate al collo delle vittime quando queste venivano gettate in acqua o nei pozzi, oppure ai piedi quando il corpo veniva legato per i polsi e lasciato sospeso, come raffigurato nell’affresco del martirio di San Primo realizzato da Antonio Tempesta a Santo Stefano Rotondo.

È forse proprio questa supposta trasformazione da semplice oggetto di uso quotidiano a strumento di supplizio avvenuta agli albori dell’epoca cristiana che ha generato la leggenda riguardante la diabolica natura della pietra di Santa Sabina.

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