È una curiosa coincidenza che anche il secondo pontefice a scegliere il nome di Silvestro sia circondato da un’aura leggendaria, che in questo caso sfocia nella vera e propria reputazione di mago.

Gerberto di Aurillac, primo papa francese della storia, ascese al trono di Pietro nel 999 e rimase in carica per soli quattro anni, che però furono sufficienti per creare il suo mito nell’immaginario popolare. Di umili origini, nacque tra il 940 e il 945 in Alvernia, attuale Francia centrale, venendo accolto come monaco nella vicina abbazia benedettina di Aurillac nel 952. Di temperamento curioso ed inquieto, durante il proprio apprendistato il giovane Gerberto si dedicò con passione agli studi e alla lettura contemporanea di scrittori cristiani come Boezio e classici come Elio Donato. Nel 967 il conte catalano Borrell si recò presso l’abbazia. Figura di grandi abilità politiche e carisma, aveva ottime relazioni con il califfato omayyade di Cordova, il più importante centro culturale dell’Occidente. A seguito di questo incontro, Il giovane decise di lasciare l’abbazia per trasferirsi in Catalogna, dove entrò in contatto con la cultura araba.

Secondo il monaco e storico francese Ademaro di Chabannes, principale “responsabile” della leggenda nera che poi fiorirà attorno al futuro papa, Gerberto iniziò dunque a frequentare i circoli dei sapienti musulmani allo scopo di penetrare l’essenza di quelle branche del sapere arabo che all’epoca venivano considerate “arti magiche” (scienza, astronomia, aritmetica, geometria). Per fare ciò, egli accettò di sottoporsi all’iniziazione e abiurare alla sua fede, condizione imprescindibile per poter essere ammesso a quei circoli.

Il cronista Guglielmo di Malmesbury racconta che proprio durante questo periodo Gerberto strinse quel patto col demonio che ne favorì l’ascesa e il successo. Frequentando un filosofo arabo, il giovane apprese preghiere, suppliche e formule magiche. Decise un giorno di trafugare un libro a cui era particolarmente interessato e di darsi alla fuga. Il saraceno si svegliò nel cuore della notte, con l’ausilio delle stelle decifrò il percorso compiuto fino a quel momento dal suo allievo e si lanciò nel disperato inseguimento. Tuttavia Gerberto comprese il pericolo e tramite un incantesimo si nascose per ore tra un ponte ed il fiumiciattolo sottostante, sospeso in aria in modo tale che nessuno potesse accorgersi della sua presenza. Il saraceno proseguì oltre e perse le tracce definitivamente, tornandosene a casa disperato.

Il giorno dopo il fuggitivo riuscì a raggiungere il mare indisturbato ed è a questo punto che secondo la leggenda venne a patti con il Diavolo: il futuro papa gli promise eterna riconoscenza se fosse riuscito ad attraversare il mare. E così fu. Riuscì a ritornare in Francia dove riprese a pieno ritmo la carriera ecclesiastica.

Al netto dell’episodio leggendario, è un dato di fatto che nel 970 Gerberto accompagnò il conte Borrell in missione diplomatica a Roma. Qui ebbe modo di incontrare sia papa Giovanni XIII che l’imperatore Ottone I con il figlio Ottone II. L’erudizione del giovane colpì molto il pontefice, che decise di trattenerlo a Roma. Gerberto entrò quindi alla corte degli Ottoni, come giovane precettore del sedicenne Ottone II.

Poco tempo dopo, fu inviato a Reims, dove cominciò la sua carriera di scholasticus insegnando logica, matematica, grammatica, dialettica, retorica e gli autori classici, contribuendo alla loro diffusione. Allo stesso tempo l’educazione ricevuta nella Spagna catalana e musulmana gli suggerì studi sui numeri, sulle proprietà geometriche delle figure piane e dei volumi, nonché il perfezionamento dell’uso dell’abaco.

Man mano che la sua erudizione e la sua fama crebbero, lo stesso fece la superstizione che lo circondava, fenomeno tipico di un’epoca in cui il sapere, tanto più se influenzato dalla cultura musulmana come quello di Gerberto, spesso generava sospetti se non vero e proprio timore e maldicenze. È infatti a Reims che, secondo il cronista Raoul de Longschamp, il futuro papa si fabbricò un Golem in cui riuscì ad imprigionare un demone evocato dall’Inferno. Ogni volta che Gerberto voleva porre un quesito cruciale, doveva compiere un complesso rito al fine di svegliare il demone intrappolato, dopo di che il Golem rispondeva con un cenno del capo in maniera affermativa o negativa.

Secondo il monaco Edgardo di Fleury nel 999 l’automa annunciò a Gerberto che sarebbe diventato papa, la profezia si compì ed egli ascese al soglio di Pietro con il nome di Silvestro II. La scelta del nome pontificale rifletteva la politica di renovatio imperii Romanorum di Ottone III: Roma è la capitale del mondo, come la Chiesa romana è la madre di tutte le altre. Allo stesso modo di Costantino e Silvestro I dunque, l’imperatore e il papa, uniti in un’azione concorde avrebbero dovuto riportare la pace nel mondo e guidare i popoli sulla strada di Dio.

Le dicerie sui suoi poteri magici non lo abbandonarono neanche dopo l’elezione. Secondo Guglielmo di Malmesbury Silvestro II risolse l’enigma del cosiddetto “oro di Campo Marzio”. Narra la leggenda che in Campo Marzio vi fosse uno degli accessi al magnifico palazzo sotterraneo di Ottaviano Augusto e al suo tesoro. Ciò si doveva soprattutto alla presenza di una statua metallica che all’avvicinarsi dell’anno Mille aveva stimolato la fantasia di popolani e pellegrini.

Non si sa con precisione chi rappresentasse la statua, ma la particolare posizione con l’indice della mano destra puntato in avanti e la scritta Hic percute (“percuoti qui”) avevano convinto i cercatori di tesori ad attaccare ripetutamente la statua a colpi di scure, di mazza e di pietre. Silvestro II riuscì ad intuire che il tesoro di Campo Marzio andava cercato non all’interno della statua bensì seguendo la direzione indicata dal dito, in un punto su cui si posava la sua ombra nelle ore del tramonto. Tornato con un aiutante durante la notte Silvestro II si introdusse nei cunicoli sotterranei, fino ad arrivare ad una magnifica sala della famosa reggia sotterranea.

Tutto era d’oro puro, dalle pareti al mobilio e alle diverse figure umane di cavalieri, re e regine. Un rubino al centro della sala risplendeva di luce propria mentre nell’angolo opposto vi era una statua di un giovane che tendeva arco e freccia.

I due non riuscirono però a portare via niente, perché ogni volta che provavano ad avvicinarsi agli oggetti le statue dorate si animavano scagliandosi contro di loro. Credendo di farla franca l’aiutante provò a rubare un coltello ma subito la statua del ragazzo scagliò la freccia contro il rubino e l’improvviso buio della sala costrinse il papa e l’aiutante a fuggire, abbandonando così il tesoro per sempre.

È una curiosa coincidenza che proprio una figura così controversa, un magus secondo molti, sia stato colui che traghettò la Chiesa a cavallo del famigerato anno Mille, così intriso di superstizioni, terrore e profezie che annunciavano la fine del mondo.

La restaurazione sognata da Ottone e Silvestro ebbe però vita breve. L’imperatore morì nel 1002 in un clima caotico segnato da ribellioni e conflitti, il pontefice lo seguì l’anno successivo.

In linea col personaggio e la sua aura nera, non poteva mancare un aneddoto leggendario anche riguardo la sua morte. Si disse infatti che chiese esplicitamente al Golem se sarebbe morto prima di aver cantato messa a Gerusalemme. La risposta fu negativa e il papa ne fu rallegrato, visto che sarebbe dipeso solo da lui andare o meno in pellegrinaggio nella città.

Tuttavia, Silvestro si recava spesso a celebrare messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme ed è lì che il 12 maggio 1003 un malore lo colse dopo la cerimonia. Il pontefice comprese immediatamente che la profezia del Golem alla fine si era rivelata giusta anche in quella circostanza e che la sua ora era giunta. Poco prima di spirare chiese che il suo corpo venisse disposto su di un carro trainato da buoi e sepolto nel primo punto presso cui questi si fossero fermati. Il carro si arrestò davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, dove venne appunto realizzata la tomba, ancora oggi visibile.

Iniziò a circolare la diceria che all’approssimarsi della morte di un cardinale la lapide diventasse umida, mentre nell’imminenza del decesso di un pontefice un vero e proprio rivolo d’acqua ne fuoriuscisse. Nel 1684 papa Innocenzo X, forse per mettere a tacere le voci, ordinò l’apertura della tomba. Con grande stupore il corpo apparve perfettamente integro, vestito dei paramenti pontificali, con la tiara sul capo e le braccia incrociate sul petto. In un istante, il cadavere si ridusse in cenere e sparì. Fu l’ultimo incantesimo del papa mago.

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