Roma, 6 maggio 1527. Sono le quattro del mattino, la città è avvolta dalla nebbia e battuta dalla pioggia. Il nemico tanto temuto è arrivato, l’esercito imperiale di Carlo V è sotto le mura e attacca in massa il bastione di Santo Spirito e Porta Torrione (l’odierna Porta Cavalleggeri). A nulla vale la strenua resistenza delle truppe pontificie, che fra gli altri abbattono lo stesso comandante imperiale Carlo di Borbone. La città cade sotto la furia degli assalitori e i tristemente famosi Lanzichenecchi la mettono letteralmente a ferro e fuoco. Ha inizio il Sacco di Roma, che resterà scolpito nella memoria collettiva non solo degli abitanti dell’Urbe, ma di chiunque, soprattutto in Italia, aveva immaginato Roma come centro di un’Europa unita nell’esaltazione delle sue gloriose memorie, con il pontefice a rinverdire i fasti degli imperatori del passato. Niente sarebbe stato lo stesso, e ancora una volta proprio l’arte sarebbe divenuta la testimone privilegiata di questa frattura insanabile. Con la diaspora dei più promettenti artisti dell’epoca (Giulio Romano, Rosso Fiorentino, Benvenuto Cellini e il Parmigianino) dalla corte papale alle corti, prima italiane e poi europee, si sarebbe sviluppato il Manierismo, quello stile eccessivo e artificioso nato proprio sui resti del Rinascimento portando alle estreme conseguenze “la maniera” di Raffaello e Michelangelo. Questa enorme crisi storica e artistica sarebbe continuata ancora per quasi vent’anni fino al Concilio di Trento che avrebbe condotto Roma e tutta l’Europa cattolica nel periodo della Controriforma.

Il Sacco, l’oltraggio al cuore stesso della cristianità e del potere papale, è l’episodio più eclatante di un conflitto che in quegli anni contrapponeva i due sovrani più potenti, Francesco I di Valois re di Francia e Carlo V d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna. La guerra aveva raggiunto l’Italia quando le due potenze si erano scontrate per il predominio sul Ducato di Milano, territorio fondamentale per Carlo V in quanto cerniera tra i suoi possedimenti spagnoli e i territori dell’Europa centrale.

Nel 1525 Francesco I aveva subito una disastrosa sconfitta, venendo addirittura imprigionato. Carlo era ormai padrone dell’Italia avendo già il dominio del Regno di Napoli. Papa Clemente VII iniziò quindi a temere per la sopravvivenza dello Stato pontificio, stretto nella morsa del sovrano asburgico da nord e da sud. Ebbe quindi l’idea di un’alleanza per contrastare l’imperatore, che mise insieme, sotto il nome di Lega di Cognac, Stato pontificio, Francesco I, Venezia, Firenze, Genova e Milano.

Tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo Roma era diventata il centro del Rinascimento grazie a pontefici quali Giulio II e Leone X che, desiderosi di resuscitare le glorie passate del mondo antico, si erano dati ad un’intensa attività di mecenatismo, circondandosi dei più grandi talenti artistici (bastino i nomi di Michelangelo e Raffaello) allo scopo di elevare la Roma papale all’ideale perfezione della Roma classica.

È su questa città, di nuovo fulcro del mondo dopo i “secoli bui”, che si abbatté la tempesta dell’invasione imperiale, che porta in sé anche un non trascurabile elemento religioso. La rinascita della gloria di Roma era stata infatti accompagnata da un sempre crescente sfarzo della corte papale, che aveva attirato le critiche e lo sdegno di molti. Nel 1510 Martin Lutero aveva soggiornato in città, e il fasto, l’ostentata opulenza della chiesa lo avevano sconvolto al punto di generare il celebre scisma protestante nel 1517. Fra le truppe imperiali Carlo V aveva arruolato circa diecimila Lanzichenecchi, temibili milizie mercenarie di fede luterana. Essi erano animati da un fanatismo religioso che li portava a concepire l’invasione e la devastazione di Roma come la giusta punizione per la corruzione in cui versava il regno del vicario di Pietro. “È caduta, caduta la grande città dove la rossa Puttana è risieduta a lungo con il suo calice di abominio”, questo uno dei canti intonato dalle truppe tedesche durante l’assedio, che richiama il tema della Prostituta di Babilonia.

Va sottolineato in ogni caso che tale fervore religioso rispecchiava l’atmosfera che si respirava nell’Europa del nord, dove i costumi dissoluti della corte papale suscitavano lo sdegno ai livelli più alti del mondo ecclesiastico e degli intellettuali. Degno di nota a tale proposito il fatto che il breve pontificato (1521 – 1523) di un papa olandese, Adriano VI, corrispose ad una maggiore sobrietà che ebbe, tra le conseguenze, l’allontanamento di molti artisti dalla corte pontificia.

Con l’elezione di Clemente VII tuttavia, un altro Medici desideroso di rievocare i fasti laurenziani, Roma tornò al lusso e allo splendore che ormai la caratterizzavano, rinnovando le ire e lo sdegno dei luterani.

È in questo scenario di fortissime tensioni religiose e politiche che nel novembre del 1526 i Lanzichenecchi si misero in marcia dal Tirolo al comando del generale Georg von Frundsberg. Giunsero a Roma il 5 maggio del 1527, accampandosi sul Gianicolo e bramando Roma come la preda che gli avrebbe fornito paga, bottino e vendetta contro il papa. La mattina seguente, assieme alle truppe regolari spagnole, portarono morte e devastazione nel cuore della città, facendo strage delle Guardie Svizzere che opposero un’eroica resistenza, sacrificando ben centoquarantasette alabardieri per difendere il pontefice. Ancora oggi infatti in ricordo di quel sacrificio le reclute della Guardia Svizzera prestano il giuramento di fedeltà al papa il 6 maggio. Nemmeno la basilica di San Pietro fu risparmiata, anzi la furia investì la tomba stessa dell’Apostolo. Era una violenza che nemmeno al tempo dei barbari si era mai vista, quando almeno gli altari vennero risparmiati. Per i Lanzichenecchi le chiese erano il simbolo stesso del nemico da annientare, che non merita alcuna pietà.

Poco prima che gli appartamenti del Palazzo Apostolico fossero violati dagli assalitori, Clemente VII fu evacuato dalle sue stanze e portato in salvo nella fortezza di Castel Sant’Angelo, da cui assistette alla devastazione che travolse il quartiere di Borgo, insieme a quasi tremila tra cardinali, vescovi e artisti tra i quali Benvenuto Cellini. Dopo aver preso Ponte Sisto, le truppe imperiali dilagarono in città. A notte fonda iniziò il Sacco, di una violenza ed efferatezza tali da atterrire anche quei nobili, come i Colonna, che avevano parteggiato per l’imperatore.

A nulla valse il tentativo di mantenere la disciplina del giovane principe di Orange, che dopo la morte di Carlo di Borbone lo aveva sostituito al comando dell’orda imperiale: davanti alla prospettiva di bottino, rapina e stupri ben pochi si sottomisero alla sua autorità, sfregiando per otto giorni la città con una brutalità inaudita e gratuita. Le cronache dell’epoca parlano di palazzi depredati, violenze di ogni genere su civili inermi, conventi assaliti e monache violentate. Nemmeno le reliquie sfuggirono al saccheggio: oltre la già menzionata tomba di San Pietro venne violato il Sancta Sanctorum di San Giovanni in Laterano e sparì la testa del Battista a San Silvestro.

Finalmente, il 5 giugno si giunse a un negoziato. Il papa dovette pagare un’enorme indennità di guerra, consegnare tutte le piazzeforti dello Stato pontificio e sottostare al giogo di una guarnigione militare che occupò la città. Non era però la fine dell’incubo. Durante l’estate scoppiò una pestilenza, gli invasori infatti avevano aperto le fogne convinti che gli aristocratici vi avessero nascosto le loro ricchezze facendo esplodere il contagio, che peraltro non risparmiò neanche loro. Le truppe imperiali tornarono in città nel settembre del 1527 e si abbandonarono ad altri sei mesi di saccheggio sistematico.

Se ogni saccheggio porta con sé rovina, morte e distruzione, quello del 1527 suscitò un enorme senso di stupore e paura, rivestendo l’episodio di un profondo significato simbolico. Alcuni lo videro come il compimento di nefasti presagi originati dalla corruzione e decadenza dei costumi, altri come annuncio di future sventure per la Chiesa e l’Italia.

La violazione della città portò con sé il rovesciamento del mito di Roma cristiana erede di quella antica, celebrato dagli artisti con il pieno sostegno dei pontefici. Anzi, in una civiltà così intensamente rivolta all’emulazione degli antichi, un evento del genere suggeriva analogie proprio con il tramonto della potenza e della gloria imperiali.

La distruzione dei tesori e delle opere d’arte colpì moltissimo l’opinione pubblica e l’immaginazione italiana ed europea. Collezioni inestimabili come quella della famiglia Massimo furono distrutte assieme al palazzo, stessa sorte toccò al palazzo Cesarini. La celebre Villa Farnesina alla Lungara fu deturpata così come le Stanze Vaticane affrescate da Raffaello. Ancora oggi in entrambi i casi è possibile leggere sulle magnifiche pareti riccamente decorate, i graffiti di scherno tracciati dai Lanzichenecchi all’indirizzo del papa che inneggiano a Lutero: “Vivat Luther”. Ma la violenza del saccheggio colpì anche le attività di modesti artigiani e bottegai. In via dei Penitenzieri a Rione Borgo è possibile ammirare il busto di Bernardino Passeri, fatto realizzare nel 1885 dalla Società Romana degli Orafi nel ricordo dell’orefice pontificio caduto per difendere la sua città dagli assalitori.

Come tante altre volte nella sua lunga storia Roma si riprese, ma il Sacco rappresentò una frattura epocale, venne meno la fiducia nell’uomo e nelle sue possibilità che aveva caratterizzato il Rinascimento. Come ebbe a riflettere Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia, gli eventi che dalla battaglia di Pavia del 1525 condussero al Sacco sono quelli che con maggiore tragicità evidenziano l’influsso imperscrutabile della Fortuna nelle vicende umane. In una sorta di abbandono dell’utopia rinascimentale, allo storico non resta quindi che contemplare la fragilità della ragione umana come valore assoluto.

Sacco di Roma, incisione di Maarten van Heemskerck (1555).

Photo credit: This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share
Alike 3.0 Unported license. Author: Dirck Volckertsz. Coornhert

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