In mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Antica nella storica sede di Palazzo Corsini, dal 21 febbraio al 15 giugno 2020, l’Autoritratto come San Paolo di Rembrandt (olio su tela, 1661) è un’opera di straordinaria bellezza e complessità. Il dipinto, oggi in prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam, ha avuto una storia veramente particolare che inizia nel 1700 proprio nella collezione romana, dove è finalmente ritornato dopo 221 anni d’assenza.

Possiamo senza dubbio affermare che la famiglia Corsini nutrisse un grande amore nei confronti delle opere dell’artista olandese, di cui una ricca selezione di stampe è esposta oggi in mostra, da un catalogo di oltre 350 incisioni di proprietà della famiglia stessa, conservate all’Istituto Centrale per la Grafica.

Il quadro venne acquistato infatti, verosimilmente tra il 1737 e il 1739, dal cardinale Neri Maria Corsini, per 100 scudi, da Marie-Thérèse Gosset, vedova di Nicolas Vleughels, direttore dell’Accademia di Francia a Roma. Durante l’occupazione francese del 1799, quando tutte le famiglie aristocratiche romane erano state obbligate a versare ricchi contributi al governo francese, il “maestro di casa” Corsini, Ludovico Radice, in assenza del principe Tommaso rifugiatosi a Vienna, fu costretto a vendere ben 25 opere della collezione di via della Lungara, tra le quali per l’appunto l’autoritratto di Rembrandt.

Questi quadri vennero venduti al noto mercante d’arte Luigi Mirri che ne rivendette subito dopo, una buona parte all’inglese William Ottley. L’opera dell’artista olandese, dopo una serie di lunghe traversie arrivò al Rijksmuseum di Amsterdam, dove tutt’ora si trova. Nel 1800, con la fine della Repubblica Romana, il principe Tommaso Corsini intentò una causa sia a Mirri che a Ottley, riuscendo a recuperare una parte delle opere perdute come il Ritratto di Giulio II attribuito a Raffaello o la Madonna del latte di Murillo, ma non riuscì a rientrare in possesso dell’intero lotto.

Raccontata questa storia, vista anche la sua importanza per la realizzazione della mostra, vorrei però soffermarmi sullo straordinario dipinto di Rembrandt e sul posto che occupa l’autoritratto nella sua produzione. In un epoca come questa in cui i selfie invadono ogni giorno i social media a centinaia, potremmo definire il maestro di Leida come un precursore. In realtà la storia dell’arte è piena di autoritratti, da Dürer a Raffaello, da Van Gogh a Gauguin. Eppure nessun altro artista ci ha lasciato un numero così ampio di autoritratti come Rembrandt. Il suo volto è raffigurato su più di trenta acqueforti, dodici disegni e quaranta dipinti, spesso realizzati solo per se stesso senza commissioni importanti o facoltose.

In abiti militari, avvolto in ricchi tessuti decorati, nelle vesti di un santo, o nel suo studio con la tavolozza e pennello in mano davanti alla tela, Rembrandt ci ha documentato tutta la sua carriera e la sua vita dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Non c’è dubbio che come tutti i grandi artisti, il grande maestro olandese prendendo se stesso come modello, volesse celebrare la sua fama di creatore. Ma c’è dell’altro. Fin dalla giovinezza Rembrandt si è preoccupato della sua immagine sociale di artista. Dal giovane pittore squattrinato, come si ritrae a figura intera nel suo studio nel 1628 (Boston, Museum of Fine Arts) celebrando il ruolo romantico dell’artista, fino al tardo autoritratto con tavolozza e pennelli del 1665 (Londra, Kenwood House) dove con un ricco abito scuro si ritrae con gli strumenti del mestiere in mano, riaffermando il suo orgoglio di pittore ormai socialmente riconosciuto e universalmente apprezzato. Attraverso l’immagine che l’artista dà di se, noi possiamo osservare l’evoluzione della sua carriera e del suo ruolo nella società.

Ma con i suoi autoritratti Rembrandt ha saputo anche immergersi nell’abisso del suo animo, indagare tutti gli avvenimenti che lo hanno portato a diventare la persona che è diventata. Si cela una profonda indagine psicologica dietro a quei dipinti. Sopravvissuto alla moglie Saskia morta nel 1642 probabilmente di tubercolosi, al figlio Titus, costretto ad abbandonare una vita di agii e precipitato nell’indigenza dopo la bancarotta del 1656, il maestro olandese ha continuato a ritrarsi, indagando attraverso se stesso, l’intera condizione umana. Sempre in bilico tra autocelebrazione ed introspezione, anche l’autoritratto esposto alla Galleria Corsini non può sottrarsi a questa dicotomia.

Eseguito all’età di 55 anni, unico ritratto in veste biblica, Rembrandt si ritrae per la prima volta nelle vesti di San Paolo, come si evince da una copia delle “Lettere” che tiene in mano e dall’elsa della spada, simbolo del martirio del santo, che sbuca dal mantello all’altezza del braccio destro. Il corpo dell’artista emerge lentamente dall’oscurità, grazie a sapienti pennellate di colore, che così dense e materiche vanno a svelare i contorni della copia del volume in mano, e della spada che esce dal mantello. Salendo dal mezzo busto fino al volto, il turbante di stoffa bianca e gialla che copre i pochi ricci che ricadono sulle orecchie, agisce da catalizzatore della luce che scende in alto dalla sinistra fino ad illuminare il viso dell’artista. È questa luce discesa sul pittore come la luce divina aveva illuminato il santo sulla strada per Damasco, che ci manifesta l’evoluzione psicologica e spirituale dell’artista. Il lungo percorso che nell’arco di una vita tutti noi seguiamo dal buio alla luce.

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