Émile Zola lo ha definito “una foresta di giganteschi tronchi in pietra”. Il colonnato della Basilica di San Pietro con le sue 284 colonne, 88 pilastri e 96 statue di santi, situate su di una tettoia al di sopra di esso, rappresenta uno dei massimi raggiungimenti di Gian Lorenzo Bernini in qualità di architetto.

La sistemazione dello spazio esterno davanti a San Pietro era stata una delle prime preoccupazioni del nuovo Papa, Alessandro VII Chigi. La sua elezione era stata frutto di un difficile compromesso, all’indomani della morte di Innocenzo X, per non minare l’equilibrio sottile che si era creato tra le forze in campo: la Francia del Cardinale Mazzarino e la Spagna di Filippo IV d’Asburgo.

Scelto quasi all’unanimità, il 7 aprile 1655, dopo tre mesi e mezzo di conclave, Fabio Chigi, senese, discendente del potente banchiere Agostino Chigi, e nipote di Papa Paolo V Borghese, era risultato il candidato perfetto, sostenuto dal cardinale Decio Azzolini, capo del “partito” degli indipendenti a discapito del cardinale Giulio Cesare Sacchetti, voluto dai francesi ma avversato dagli spagnoli.

Colto e coscienzioso, il nuovo papa portò a termine tutti i progetti lasciati incompiuti dal suo predecessore, ma soprattutto ritornò a focalizzare la sua attenzione sulla basilica di San Pietro rimasta sullo sfondo durante il pontificato di Innocenzo X. Per la ripresa dei progetti e dei lavori della reverendissima fabbrica, Alessandro scelse nuovamente Gian Lorenzo Bernini, fortemente osteggiato dalla famiglia Pamphilj, che ritornò agli onori della ribalta quasi come sotto il pontificato Barberini.

Nonostante le svariate proposte di Carlo Rainaldi sotto il pontificato di Innocenzo X, lo spazio antistante la Basilica era rimasto esattamente come era sempre stato: disorganico, confuso, stretto da stradine sporche e casette accatastate l’una sull’altra.

Il 31 luglio 1656 la Sacra Congregazione della Fabbrica di San Pietro, fondata da Paolo V proprio per coordinare i lavori di restauro della Basilica, si riunì per decidere quale aspetto dovesse avere la futura piazza (che avrebbe dovuto ospitare tutti gli uffici apostolici) e chi dovesse progettarla e costruirla. Il Papa ovviamente fece pressioni affinché la commissione venisse affidata al Bernini, che conosceva bene ed ammirava già quando era cardinale e che, nonostante la scarsa considerazione dei Pamphilj, era comunque il capo architetto di San Pietro in carica. Bernini presentò svariati progetti: all’inizio disegnò una piazza trapezoidale porticata, sulla scorta della magnifica piazza michelangiolesca del Campidoglio, ma un porticato di forma poligonale avrebbe impedito la vista del palazzo papale dalla piazza.

Malgrado le preoccupazioni della congregazione per tenere sotto controllo le spese di un progetto così ampio, Bernini continuò a sviluppare nuove idee, disegnò questa volta una planimetria ovale composta da due archi di semicerchio su base quadrata. Infine, spinto dal Papa che voleva una piazza monumentale senza badare a spese, Bernini la progettò di forma ellittica, formata da due cerchi sovrapposti, contornata da un elegante e funzionale colonnato. Era la soluzione definitiva. Il Papa l’approvò entusiasta e il 28 giugno 1657 furono poste le fondamenta.

Il progetto di Bernini è geniale perché riesce a risolvere un problema urbanistico con un unico linguaggio insieme architettonico e scultoreo. San Pietro aveva già uno spazio esterno: il quadriportico riservato ai catecumeni (coloro che aspettano il battesimo e che non potevano avere accesso allo spazio interno), lo spazio dell’attesa, fortemente legato alla basilica che però non dialogava con il “mondo” esterno ad essa. Il colonnato invece non solo mette in relazione la chiesa con lo spazio circostante ma lo plasma. Crea una piazza che diventa un’arena, un anfiteatro immenso (arriva a misurare 200 metri nel punto più largo) delimitato da un’infinità di colonne che percorrono una superficie lineare, che si apre in un ovale per abbracciare la piazza, fino a restringersi nei due bracci di un trapezio rovescio man mano che ci si avvicina alla basilica.

Bernini riprende la forma curva della cupola michelangiolesca e la rovescia, come dice Argan, “presentandola aperta come una coppa”. Ed è proprio quella cupola che Maderno aveva coperto con la sua facciata sproporzionata, che viene riscattata dal progetto di Bernini. Le colonne che più si allontanano dalla basilica e più si restringono, riescono nell’impresa di “sfinare” la facciata, cosa che l’architetto non era riuscito a fare con il progetto dei due campanili, riportando la cupola di Michelangelo al centro di un discorso pastorale che vede la Santa Madre Chiesa accogliere i suoi figli, i fedeli, tramite un materno abbraccio ecumenico che riconduce l’uomo a Dio. Dobbiamo pensare che via della Conciliazione che riduce la Basilica ad un mero fondale scenico, è un’opera fascista. Al tempo di Alessandro VII il fedele arrivava a San Pietro tramite un dedalo di vicoli, intraprendendo un cammino che dal buio delle stradine, da dove non si poteva vedere l’edificio, lo portava alla luce della Basilica che rivelatasi all’interno dello spazio colonnato, con le sue braccia lo conduceva a sé. Proprio questo percorso, per noi oggi irripetibile, doveva aver ispirato il grande scrittore francese a paragonare il capolavoro del Bernini ad una maestosa foresta che con i suoi “tronchi in pietra” ha reso questa enorme piazza immortale.

Photo credit: Olon Arte

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