L’espressione “pesce d’Aprile” indica in vari paesi del Mondo una tradizione che consiste nel mettere in atto scherzi di varia natura, a volte piuttosto elaborati, al fine di prendersi bonariamente gioco delle “vittime” in un’atmosfera comunque giocosa.

Le origini di questa usanza, che può assumere nomi e caratteristiche diversi a seconda del paese, sono molto antiche ma ignote, nonostante siano state avanzate diverse ipotesi in merito.

Secondo una teoria, si riscontrerebbero delle similitudini con la festività romana degli Hilaria, inserita a loro volta nel lungo ciclo di celebrazioni annuali in onore di Cibele e del suo amato Attis.

Cibele era un’antichissima dea della fertilità e del mondo animale originaria della Frigia (oggi Anatolia centro – occidentale), venerata come “Grande Madre” e “Madre di tutti gli dèi”. Secondo il mito riportato da Ovidio nei Fasti, si innamorò del giovane Attis e lo volle al suo seguito, imponendogli però di rimanere casto. Attis, tuttavia, cedette alla passione per la ninfa Sagaris e per punirlo Cibele lo fece impazzire, cosicché il giovane si castrò morendo dissanguato. Mossa a compassione, la dea lo avrebbe resuscitato (in alcune versioni del mito Attis viene trasformato in un pino, albero a lui sacro). In memoria del sacrificio di Attis, i sacerdoti di Cibele praticavano il gesto estremo della castrazione al momento di essere consacrati e durante i rituali, presi da un delirio estatico, si flagellavano fino a farsi sanguinare.

Il culto di Cibele giunse a Roma nel 204 a. C., quando, nel pieno della crisi causata dal conflitto contro Annibale, il consulto dei Libri Sibillini svelò che l’unico modo per battere il nemico era quello di far giungere a Roma dal santuario di Pessinunte la pietra nera che simboleggiava la dea. La vittoria della guerra contro Cartagine determinò l’affermazione del culto di Cibele, la cui festività, denominata Sanguem, si articolava in varie celebrazioni tra il 15 e il 28 marzo, ognuna corrispondente a un episodio del mito.

In particolare, gli Hilaria coincidevano con l’Equinozio di Primavera, che anticamente cadeva il 25 marzo. La festa rappresentava il momento della gioia per il ritorno alla vita di Attis, che dal punto di vista simbolico corrispondeva alla ripresa della vita dopo la stagione invernale. Le strade erano invase da cortei gioiosi ma la vera particolarità di questo giorno di festa era il permesso di dare vita a qualsiasi forma di scherzo o gioco, con la predilezione per il mascheramento. Era lecito assumere l’identità di chiunque, persino di appartenenti ad alte cariche pubbliche come i magistrati. Sarebbe proprio questa caratteristica ad aver originato secondo alcuni l’usanza di fare scherzi nel primo giorno di aprile che sopravvive ancora oggi.

Ma perché il pesce? Anche quest’aspetto è controverso. Una credenza riportata dall’ etnologo e scrittore siciliano Giuseppe Pitrè alla fine dell’Ottocento fa riferimento al Beato Bertrando di San Genesio, patriarca di Aquileia dal 1334 al 1350. Un venerdì di Quaresima, che casualmente cadeva il primo di aprile, Bertrando ebbe come ospite a pranzo il papa, il quale mangiò così tanto pesce che, nella foga, una spina gli rimase in gola. In nessun modo l’illustre ospite riuscì a liberarsi da tale ostruzione, tanto che rischiò di morire soffocato. Si mise pertanto a letto con una certa preoccupazione e si addormentò. Quando si svegliò, il mattino seguente, era avvenuto un miracolo: la spina si trovava sopra un bacile accanto al letto. Il papa stabilì allora con un decreto che in tutto il patriarcato non si sarebbe potuto mangiare più pesce il primo di aprile. Gli abitanti di quel territorio, per questa ragione, iniziarono a cucinare cibi di ogni tipo a forma di pesce.

Un’ulteriore teoria fa risalire invece le origini dell’usanza al momento in cui venne adottato in Francia il calendario gregoriano. Introdotto da papa Gregorio XIII nel 1582, esso stabilì l’inizio dell’anno nuovo al 1° gennaio, mentre fino a quel momento in Europa era usanza celebrare il Capodanno a Pasqua, tra il 25 marzo e il 1º aprile, scambiandosi doni. In Francia il passaggio fu ufficializzato solo nel 1564 con l’editto di Roussillon e ciò diede origine alla consuetudine di regalare pacchi vuoti come celebrazione scherzosa del vecchio Capodanno o, secondo una diversa interpretazione per prendersi gioco di coloro che ancora celebravano la festività ormai obsoleta. La festività venne chiamata “poisson d’Avril”, per l’appunto pesce d’Aprile, forse in riferimento ai pesci giovani che abboccano più facilmente. Quest’ultima considerazione potrebbe anche giustificare l’espressione “April fools’ day” con cui la tradizione è chiamata nel mondo anglosassone: gli “sciocchi di aprile” sarebbero stati appunto tutti quelli ignari del cambiamento nel calendario, che “abboccavano” agli scherzi dei concittadini “informati”.

In Italia la tradizione si affermò tra il 1860 e il 1880. Uno dei primi scherzi di cui si ha testimonianza risale al 1878, quando la Gazzetta d’Italia annunciò che nel parco delle Cascine il popolo di Firenze avrebbe potuto assistere alla cremazione di un maharajah indiano. Una grossa folla si radunò nel luogo annunciato, salvo poi trovare un gruppo di ragazzi che, uscendo da alcuni cespugli, urlarono “Pesci d’Arno fritti!

Con il passare del tempo, la tradizione si è consolidata in tutto il mondo, talvolta grazie alla partecipazione di personaggi celebri. Tra gli scherzi più famosi in assoluto si ricorda quello architettato nel 1938 dall’allora ventitreenne Orson Welles, che con il programma radiofonico, La guerra dei mondi, tratto dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, fece credere a centinaia di ascoltatori che fosse realmente in corso un’invasione aliena. Il giorno dopo lo scrittore ammise la burla ma alcune città americane subirono ingenti danni, specie i supermercati che furono letteralmente presi di assalto.

Un altro scherzo passato alla storia è quello del 1° aprile 1972 quando venne annunciato il decesso del mostro di Loch Ness. Allora molti quotidiani diffusero la notizia del ritrovamento del corpo dell’animale ma in realtà si trattava della carcassa di un elefante marino gettato nel lago per scherzo.

Alcuni sostengono però che la prima “celebrità” ad orchestrare una burla che oggi sarebbe considerata un perfetto “pesce d’aprile” (al punto che addirittura l’usanza stessa ne deriverebbe) sia stata nientemeno che…Cleopatra!

Si racconta infatti di una gara di pesca tra lei e il suo amante Marco Antonio durante la quale il generale romano, per non correre il rischio di una umiliante sconfitta, aveva incaricato uno schiavo di attaccargli di nascosto le prede all’amo. La Regina d’Egitto, scoperto l’inganno, fece finta di nulla ma ordinò di attaccare all’amo un grande pesce finto rivestito di pelle di coccodrillo. Quando Marco Antonio tirò su la lenza la beffa fu scoperta e la gara si concluse nell’ilarità generale.

Mosaico pavimentale con pesci (proveniente dalla Via Flaminia), III secolo d.C., Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme, Roma.

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